Groenlandia: il vero interesse degli Stati Uniti è nel sottosuolo e “sopra le nostre teste”.

L’interesse degli Stati Uniti per la Groenlandia è il fulcro di una nuova dottrina di dominio totale, che mira a ridisegnare i confini del mondo attraverso la forza e il ricatto.

Andrea Montesanto

1/10/20263 min read

Groenlandia: il vero interesse degli Stati Uniti è nel sottosuolo e “sopra le nostre teste”.

L’interesse degli Stati Uniti per la Groenlandia è il fulcro di una nuova dottrina di dominio totale, che mira a ridisegnare i confini del mondo attraverso la forza e il ricatto.

Sebbene l’opinione pubblica abbia inizialmente sorriso all’idea di “comprare” un’isola sovrana, la realtà che emerge dalle recenti dichiarazioni della Casa Bianca è inquietante e delinea un’offensiva che calpesta ogni principio di autodeterminazione dei popoli. (Ancora una volta)

In realtà… Trump sta facendo esattamente ciò che hanno fatto i suoi predecessori, ma senza diplomazia e senza giri di parole: in modo arrogante e presuntuoso. Il risultato, però, è lo stesso.

Il valore della Groenlandia per l’amministrazione Trump si gioca su due livelli strategici: ciò che sta sopra le nostre teste e ciò che giace sotto il ghiaccio.

Al di sopra del 76° parallelo, la Pituffik Space Base è diventata il sistema nervoso della U.S. Space Force.

Attraverso i radar UEWR, Washington detiene il vero “telecomando” dell’economia globale. Controllare la Groenlandia significa esercitare un potere enorme su comunicazioni e flussi satellitari e, quindi, garantire agli Stati Uniti un accesso privilegiato e militare allo spazio.

Sotto il ghiaccio, invece, si nascondono giacimenti inestimabili di terre rare.

Per Trump, l’isola rappresenta l’arma ideale per contrastare Cina e Russia sul fronte dei materiali strategici, in particolare quelli necessari allo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale, oltre ai “classici” interessi americani (petrolio e gas) e, naturalmente, a quelli militari e strategici.

Ciò che desta profondo allarme non sono solo le mire economiche, ma la retorica violenta con cui vengono perseguite.

Non si tratta di commercio, ma di una cattura predatoria delle risorse.

Le parole di Trump rappresentano un punto di non ritorno nella diplomazia internazionale, soprattutto alla luce degli ultimi avvenimenti globali.

Affermare che la Groenlandia sarà sua “con le buone o con le cattive” non è linguaggio politico: è una minaccia di aggressione che evoca i periodi più bui del secolo scorso, quando la forza bruta prevaleva sul diritto.

Ancora più grave è il disprezzo totale per le regole e per la sovranità degli altri Paesi, racchiuso in una sua recente dichiarazione:

«La mia moralità, la mia mente. Solo quello può fermarmi. Non ho bisogno del diritto internazionale».

Qui non siamo di fronte a un leader che negozia. Quando un Presidente degli Stati Uniti afferma che la propria volontà personale è superiore ai trattati e alle norme globali, sta demolendo l’architettura stessa della convivenza civile tra le nazioni.

Questa strategia configura quella che possiamo definire una vera e propria estorsione politica.

Come già visto in altri contesti, dove territori vengono messi alle strette da manovre contabili e tagli spietati, qui l’intera Unione Europea viene posta di fronte a un ricatto e a una minaccia.

Si tenta di costringere un popolo a cedere la propria sovranità attraverso pressioni finanziarie e tecnologiche.

È una forma di “strozzamento” istituzionale che impone condizioni economiche, contabili e sociali inaccettabili, a danno diretto dei cittadini, fino ad arrivare persino all’uso della forza, come Trump ha dichiarato in più occasioni.

Non si può restare spettatori di un “matrimonio forzato” con un alleato che ha smesso di esserlo per trasformarsi in un predatore.

L’uso della forza, sia essa militare, economica o psicologica, va condannata senza appello.

Di fronte a uno Stato che, anziché assumersi le proprie responsabilità (anche storiche), sceglie di utilizzare la propria potenza economica e militare per soggiogare territori strategici, l’unica risposta dignitosa è la disobbedienza istituzionale.

È impensabile un mondo in cui la morale di un singolo uomo pretenda di sostituire il diritto di milioni di persone.

Oggi la Groenlandia.
E domani? A chi toccherà?

La libertà non può essere messa all’asta.

Né “con le buone”, né tantomeno “con le cattive”.